5 ottobre, lanciato durante il campeggio degli studenti medi in Val Susa, oggi in tutta Italia decine di migliaia di studenti hanno risposto all'appello e sono scesi in piazza; “Contro crisi e austerità riprendiamoci scuole e città!” lo slogan che ha accomunato le varie manifestazioni che si sono tenute in più di 20 città italiane. Cortei in tutta Italia hanno dimostrato la determinazione delle nuove generazioni: blocchi del traffico, sanzionamento delle banche, scontri con la polizia e assedio agli avamposti del governo Monti hanno espresso la totale contrarietà alle politiche d'austerità dettate dalla BCE. E' chiaro, la fiducia nel governo è finita. Rispondere collettivamente alla devastazione sociale che si sta mettendo in atto sanzionando i responsabili senza fare sconti ai partiti complici di questa situazione. Questa la volontà di chi ha conteststo il governo Monti e le sue politiche. Profumo dopo Gelmini si pone in continuità con le politiche dei tagli e del sistema meritocratico dietro i quali si vuole nascondere nei fatti un progetto che ha come obbiettivo quello di far accedere ad un'istruzione di qualità, già conforme al modello di una società soggiogata alle logiche di mercato, soltanto chi dispone di un certo livello di reddito. Non si tratta di più di manifestare una semplice insofferenza, siamo una generazione in lotta all'assalto del presente. I comportamenti irrapresentabili di oggi mostrano che se l'Europa chiede rigidità, tagli e austerity, la risposte delle piazze sono lotta e conflitto in continuità con le piazze indignate spagnole e quelle insorgenti greche. Per tutti i ribelli che hanno invaso le strade e le piazze e che hanno dato vita a questa grande giornata, l'appello a un momento di confronto verso una nuova giornata di mobilitazione.
Stay tuned stay rebel
I commenti realizzati all'interno di Parole Ribelli, su Radio Blackout:
Oggi il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Francesco Profumo è giunto in visita in un ateneo militarizzato e presidiato da decine di agenti di polizia e carabinieri. Una gestione straordinaria di uno spazio da sempre libero ed accessibile che a memoria non pare avere precedenti. Mentre la polizia in assetto antisommossa impediva l’accesso all’università già dalla prima mattina, agenti in borghese presidiavano corridoi e aule, identificando discrezionalmente decine di persone, perquisendo zaini e borse di chi accedeva alla biblioteca. Stessa sorte è toccata anche alle persone che progressivamente giungevano all’assembramento di protesta contro la visita di Profumo e l’ennesima riforma della pubblica istruzione: non sono mancate perquisizioni e sequestri di striscioni, fumogeni e persino un megafono. Mentre il ministro giungeva in visita in un ateneo deserto e blindato, circa una cinquantina tra studenti e studentesse delle scuole superiori e dell’università hanno ingaggiato un tira e molla di diverse ore sull’ingresso della sede di Sant’Agostino, e non sono mancati attimi di tensione. Alcuni studenti sono riusciti a violare a più riprese il dispositivo di polizia, come a metà mattina quando dai piani alti dell’ateneo, proprio sopra l’aula del convegno, è stata calato un grande striscione recante lo slogan “C’è Profumo di tagli!”. La svolta è giunta verso le 14, mentre il ministro, dopo aver anticipato il suo intervento e meno di un’ora dopo il suo arrivo, abbandonava in tutta fretta l’ateneo bergamasco.
La protesta, finalmente rotta la stretta delle forze dell’ordine, prendeva allora la forma di un corteo interno all’università, fino all’aula che ospitava il convegno. Durante l’irruzione, gli studenti e le studentesse del Coordinamento dei Collettivi hanno preso la parola per leggere la lettera rivolta al ministro, denunciando un clima di intimidazione e negazione della parola che fa a pugni con la retorica del dialogo che il ministro ha ampiamente utilizzato in occasione del 5 ottobre scorso. Non è mancato il riferimento alla prossima mobilitazione studentesca del 16 novembre, a cui ha risposto la FIOM con la proclamazione di un contestuale sciopero generale. Gli studenti e le studentesse hanno già lanciato un’assemblea pubblica presso l’ateneo, che si terrà nei prossimi giorni, con l’intento di costruire un percorso di avvicinamento all’appuntamento nazionale e rilancio della mobilitazione contro la riforma della pubblica istruzione.
Il ministro era stato invitato all’Università di Bergamo per partecipare al convegno “International Workshop University and Society: Challenges and Opportunities”. Ma a Profumo è parsa interessare poco o nulla la voce di chi la scuola la vive, come d’altronde confermato dalla dichiarazione che recentemente ha scatenato non poche polemica: «Il Paese va allenato. Dobbiamo usare un po’ di bastone e un po’ di carota e qualche volta dobbiamo utilizzare un po’ di più il bastone e un po’ meno la carota». Il bastone è stato misurato il 5 ottobre da centinaia di studenti e studentesse, a Roma e Milano come a Torino, e la giornata di oggi riconferma su un piano locale l’orientamento di forte stretta repressiva. Questo approccio però non sembra riguardare solo il ministero. La gestione straordinaria di oggi della struttura accademica chiama in causa anche il rettore dell’università, che ha di fatto consegnato gli spazi didattici ad una gestione militare e negato qualunque agibilità a chi chiedeva di poter esprimere il proprio dissenso: «Ci siamo introdotti nell’università in 5 o 6 persone aggirando i controlli della polizia. Volevamo gridare al ministro la nostra contrarietà a questa riforma e, più in generale, alle politiche di austerity, ma non siamo riusciti nemmeno ad aprire la bocca. Ci hanno bloccati, perquisiti e sbattuti fuori. Hanno detto che la nostra libertà d’opinione oggi era sospesa fino a comunicazione contraria». A spaventare il ministero è forse il successo della giornata nazionale di lotta del 5 ottobre o l’allargamento del fronte che il prossimo appuntamento del 16 novembre lascia presagire. Di certo, le parole d’ordine della protesta studentesca, che sono riecheggiate per tutta la mattinata, non parlano solo al mondo dell’istruzione e non si limitano alla messa in discussione della riforma. Ad essere posto sotto accusa oggi non è stato solo l’impianto neoliberista della riforma, ma anche il quadro più generale di austerity in cui essa si inserisce. Parole d’ordine che parlano quindi anche al mondo del lavoro e a tutto il resto della società.
Comunicato della Verdi 15 Occupata sulla giornata del 5 ottobre.
Oggi, nella giornata di mobilitazione nazionale del mondo della formazione lanciata dai collettivi degli studenti medi di tutta Italia, noi studenti e studentesse della Verdi 15 Occupata siamo scesi in piazza per contestare il governo dell'austerity di tecnici e professori e proseguire nel nostro percorso di lotta in città, contro amministrazione locale, regione e istituti finanziari che detengono il potere a Torino a danno di noi studenti universitari e di tutti i cittadini, sempre più vessati da tasse e tagli ad ogni comparto del sociale.
Insieme a un migliaio di studenti delle scuole torinesi e valsusine, ci siamo mossi in corteo per le vie del centro città andando a esercitare pressione sotto i palazzi del potere e resistendo alle numerose cariche della polizia, che come al solito si prodiga e spende senza alcun freno quando si tratta di proteggere gli interessi dei padroni. Ma la loro forza non ci ha certo spaventati, le zone rosse intorno ai palazzi obiettivo della contestazione, dalla sede del MIUR al municipio, son state puntualmente forzate e violate dal corteo, con cui ci siam mossi per la metropoli nel corso della mattinata fino a raggiungere Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche.
Un rifiuto deciso il nostro, contro debito e crisi, contro tagli e privatizzazioni, perchè, in quest'autunno di lotte appena cominciato, a pagare non saremo certo noi!
Segue il volantino distribuito oggi alla manifestazione.
Per le strade e all'università, la Verdi 15 Occupata contro crisi e austerità
In occasione della prima giornata di mobilitazione nazionale del mondo della formazione lanciata dai collettivi degli studenti medi di tutta Italia, noi studenti e studentesse della Verdi 15 Occupata abbiamo deciso di scendere in piazza, per contestare il governo della crisi montiano e per continuare il nostro percorso di lotta contro i poteri forti che reggono le fila della nostra città a spese di lavoratori, studenti e famiglie. Tagli, privatizzazioni e negazione di qualunque diritto, questa la cura per uscire dalla crisi che ministri e governi, completamente assoggettati ai diktat di banche e speculatori finanziari, applicano a livello internazionale, scaricando sui cittadini il peso di debiti non contratti certo da loro.
Ne è l’esempio Torino, città più indebitata d’Italia, dove la giunta comunale sgrava il peso dei suoi buchi di bilancio sulle tasse dei cittadini e sulle casse di scuole, servizi sociali e componenti più deboli della società.
Dove una fondazione come Intesa – San Paolo, una delle maggiori creditrici del comune, espande a macchia d’olio il suo controllo sulla metropoli e assume di anno in anno sempre più potere anche nella nostra università attraverso le sue quote nei consigli di amministrazione, la comproprietà di immobili come il nuovo campus universitario Einaudi e l’introduzione di prestiti d’onore per gli studenti, ampiamente caldeggiati anche dalla giunta regionale Cota che nel frattempo dilania i fondi per borse di studio e posti letto.
Una vera e propria trappola, quella del debito, in cui vorrebbero costringerci tutti ma che noi, occupanti della Verdi 15, abbiamo deciso di combattere e rifiutare, riappropriandoci di uno spazio che è nostro e costituendoci come comunità in lotta, dentro e fuori dall’università. Oggi quindi scendiamo in piazza con gli altri studenti del mondo della formazione e apriamo insieme una nuova stagione di lotte, nella direzione di generalizzare sempre più il conflitto e contrastare collettivamente i nostri nemici.
Studenti e borsisti della Verdi 15 Occupata
Dopo la seconda chiusura da parte dell'amministrazione della libreria ex cuem autogestita, oggi siamo rientrati in oltre un centinaio di studenti! Questa mattina abbiamo cominciato portando per i corridoi e le aule la libreria itinerante e interrotto la presentazione dell'anno accademico di giurisprudenza.
L'Ex-Cuem è stata da poco bollata come "attività degenerata". Lo mostrano non comunicati o dichiarazioni ufficiali, ma dei fatti: le porte saldate e le grate alle finestre.
La stessa Amministrazione che non ha fatto nulla in seguito al fallimento dell'originaria e storica cooperativa Cuem, presente in Università dal '68, ha deciso di troncare senza se e senza ma questa nuova esperienza, silenziosamente e senza farsi vedere.
Non ci siamo stupiti l'altro giorno di questo fatto e rimaniamo lucidi su quello che è successo. Non è compatibile, e non voleva esserlo, con le aspettative di chi dirige e amministra questi luoghi un'esperienza positiva, di produzione critica e di messa in discussione dei saperi e della cultura accademica, delle strutture e della pratiche che viviamo tutti i giorni e che coinvolgeva molti studenti e studentesse per vivere l'ambiente universitario in un'altra maniera, possibile e fattibile oggi.
Abbiamo dato vita, insieme a molte altre e molti altri, a questo progetto proprio perché non riusciamo più a respirare quest'aria, a studiare come viene preteso dall'assetto universitario presente, a concepire la nostra vita come è già previsto, in cui l'unico obiettivo è divenire produttivi e spendibili sul mercato del lavoro e dunque anche gli spazi e le attività stesse della formazione devono sottostare a questo paradigma. L'Università del "Merito" è una trappola di precarietà e alienazione che non possiamo e non vogliamo più subire. Per questo ci siamo imbarcati in tutto ciò. Le diffide, gli esilii e la messa all'indice (anche se silenziosa) non ci hanno però mai spaventato e non cominceranno a farlo ora.
In questi giorni abbiamo girato e presenziato in tutta l'Università, mantenendo le attività che ci eravamo prefissati e coinvolgendo chi ancora non era venuto a conoscenza del progetto, creando interesse, nuova partecipazione e nuova voglia. Vogliamo convogliare queste energie per abbattere tutti gli ostacoli che ci si sono posti davanti e riprenderci la libreria. Siamo stati ovunque, adesso è il momento di tornare a casa.
Libreria -Itinerante- Ex-Cuem
Le ultime settimane hanno visto nuove manifestazioni di massa in vari paesi europei (Spagna, Portogallo, Grecia, Francia...) spesso trasformatesi in assedi ai parlamenti, in quel momento al lavoro per varare le nuove misure di austerity imposte dalla Bce. Abbiamo approfondito il caso della Grecia, primo paese europeo a essere bersaglio della speculazione e, quindi, ad essere di fatto commissariato dalla Troika: a quattro anni dall'inizio della crisi globale la popolazione greca deve affrontare l'ennesima manovra di austerity che sta mettendo in discussione le condizioni di una vita dignitosa, il movimento da parte sua si pone il problema di come organizzare il conflitto nella società greca, pensando ai limiti delle forme di mobilitazione classiche e facendo i conti con l'insopprimibile nodo della lotta sul terreno della riproduzione.
Il quadro italiano nella sua peculiarità non ha mostrato le stesse forme di mobilitazione e di protesta organizzata nei confronti delle manovre di austerity imposte dal governo Monti, se non alcuni casi particolari. Questa settimana abbiamo scelto di approfondire quanto si progetta ed organizza a Napoli, sul territorio metropolitano ed universitario, per vedere al di là silenzio del mainstream il lavoro quotidiano dei collettivi politici nelle contraddizioni della crisi.
Ascolta Laura di Zero81 (Napoli)
Approfondimento realizzato nella trasmissione settimanale del Collettivo Universitario Autonomo, Parole Ribelli (tutti i martedì, dalle 10:30 alle 12:30), sulle libere frequenze di Radio Blackout 105.250 fm o via streaming).
Per aprire un autunno di lotta e per assediare il governo che ci taglia diritti e futuro. Spezzone universitario della Verdi 15 Occupata alla manifestazione nazionale indetta dagli studenti medi per venerdì 5 ottobre.
Gli occupanti della Verdi 15 di Torino, studenti e borsisti, saranno anche loro in piazza il 5 ottobre insieme agli studenti e alle studentesse delle scuole superiori che hanno indetto una giornata di mobilitazione nazionale per aprire ufficialmente l'ennesimo autunno della crisi.
Il 5 ottobre anche per noi studenti universitari sarà l'ennesima occasione da cogliere per scendere nelle strade della nostra città, per contestare l'austerity di una governance volta a tagliare ogni forma di diritto e possibilità di futuro.
Essere presenti in piazza insieme agli studenti delle scuole sarà importante perché siamo convinti dell'esigenza di organizzazione e sinergia sul terreno della formazione, quindi delle lotte, per poter costruire la necessaria forza per contestare i tagli, le privatizzazioni e la negazioni che il governo tecnico così come il comune di Torino o la Regione Piemonte stanno propinando alle vite di tutti.
Costruire un No collettivo e costituente sarà la sfida della prossima stagione di lotta e conflitto nel nostro paese, guardando a una Spagna in rivolta contro il governo Rajoy, a Madrid che circonda minacciosamente il suo parlamento, per riprodurre processi di conflitto che inevitabilmente debbono individuare e combattere i loro nemici...
Monti, Fassino e Cota... siete avvisati!
Chi paga? Noi no!
Noi ci saremo. La Verdi 15 Occupata nel corteo del 5 ottobre costruirà il suo spezzone universitario in piazza Arbarello.
Venerdì 5 ottobre, ore 9, piazza Arbarello.
Lotta con la Verdi 15 Occupata!
Note a margine della quattro giorni di 'Val Susa, l'Università delle lotte'
Nella cornice dell'estate No Tav, dal 29 agosto al 1 settembre, si è tenuta la quattro giorni di 'Val Susa, l'Università delle lotte', una sperimentazione di Università popolare proprio sul territorio dove ormai da più di vent'anni si conduce una delle lotte più longeve, interessanti e complesse del nostro tempo. La scelta di situare proprio nella Valle che resiste l'iniziativa non è stata casuale: sappiamo bene che la lotta si può imparare solo lottando, che solo vivendo i movimenti nei loro punti di forza, nelle loro contraddizioni, quindi nelle loro debolezze, si può imparare ad agire nella loro internità per potenziarli e rilanciarli. Quale migliore esempio del 'metodo Val Susa'? Una lotta locale, ma non localistica, che sempre più si fa nazionale quando non europea. Una lotta dove la ricomposizione mette in connessione tessuti sociali, generazioni, spaccati politici e territoriali fortemente eterogenei. Una lotta che da un No costituente, dal rifiuto alla grande opera, ha imparato a generalizzarsi assumendo tratti (ancora in sviluppo) di lotta al debito, all'austerity e alla politica tradizionale nostrana. Una lotta, infine, la cui esemplarità, per molti versi irriproducibile, continua a porre con forza il nodo dei movimenti proprio quando questo diventa meno semplice e lineare: nel contesto della crisi, nell'Italia del governo tecnico dei professori.
Non è dunque un caso che su questo terreno siano confluite, nei momenti di massima tensione e conflittualità, quelle soggettività giovanili emerse durante il ciclo di lotte No Gelmini. Militanti, simpatizzanti, collettivi, aggregati vari ed eterogenei, hanno risposto alla chiamata della Val Susa, sperimentando poi sui loro territori pratiche e saperi condivisi. Soggettività oggi in difficoltà nell'ipotizzare - dopo l'esaurirsi del movimento - nuove strategie di lotta nel campo della formazione, trattenute dall'innegabile coda assunta dall'ondata No Gelmini: caratterizzata dalla mancanza di una reale capacità di generalizzazione a tessuti sociali più ampi (se non in maniera sloganistica) così come dall'insufficienza nel partorire forme altre di agitazione sociale, rinchiusa in una dinamica meramente resistenziale destinata ad esaurirsi velocemente. Ripartiamo per rielaborare limiti e ricchezze di una stagione ormai conclusa, ma soprattutto per fare i conti con le potenzialità a venire. Pensare ad un ciclo di lotte all'altezza non solo della scommessa indotta dalla crisi, ma anche delle necessità attorno alla riforma Profumo e alla questione della meritocrazia appare infatti piuttosto riduttivo: una riforma di aggiustamento, senza il peso specifico di quella Gelmini (pur costituendone il prolungamento naturale) che rischierebbe di rinchiudere i potenziali campi di lotta nel vicolo cieco di un vertenzialismo senza sbocchi. Da qui la necessità di trasformare il terreno di resistenza in punto di attacco, per ripartire pensando ancora all'Università come snodo di percorsi di soggettivazione, organizzazione, conflitto. Quali possono dunque essere questi percorsi nuovi e magari inediti da percorrere? Due nodi emersi nella loro centralità in 'Val Susa, l'Università delle lotte' così come fra le esperienze politiche dell'Università post-Gelmini sono stati indubbiamente quello del reddito e dei saperi. Il primo come ambito nel quale si stanno esprimendo le maggiori tensioni nel contesto della crisi generalizzata e che attraversa le resistenze contro un diritto allo studio in estinzione così come le possibilità alternative che da queste contraddizioni scaturiscono. Il secondo come campo di tensioni e di forze dentro cui abitualmente ci muoviamo, tensioni che chiedono di essere consapevolmente polarizzate nella loro apparente neutralità.
Innanzitutto il reddito: indubbia è la sua dirompenza nell'attuale congiuntura, come parzialmente testimoniano le prime fiammate di ciò che resta della classe operaia tradizionale. Meno scontata è la possibilità di una sua interpretazione sottratta ad ogni ipotesi di concertazione e di difesa vertenziale, così come la capacità di renderlo realmente 'nodo', grumo di relazioni fra Università e metropoli, terreno di continuità e trasversalità. Se è infatti vero che nel tessuto studentesco la questione del reddito resta una domanda aperta, ancora da indagare ed inchiestare, certamente l'attacco al diritto allo studio che in tutt'Italia si sta esprimendo con tagli alle borse di studio, con privatizzazione degli alloggi per i fuori sede, con consistenti aumenti delle tasse, impone con tale domanda un confronto urgente. Non si può certo negare che nel nostro paese il welfare familiaristico a costo zero sostenga in gran parte la domanda studentesca di reddito e tuttavia proprio gli scricchiolii di questo edificio welfaristico, sottoposto ad insostenibili pressioni dallo smantellamento di più ampi settori della spesa pubblica, lasciano presagire se non un suo crollo imminente perlomeno l'apertura di importanti punti di frizione. Che ruolo possono svolgervi le lotte? Quale la funzione delle pratiche di riappropriazione diretta ed indiretta? Quanto possono queste ultime farsi vettore di una concreta sottrazione di terreno alle istituzioni della formazione (e non solo) sul campo della produzione di soggettività? Non solo, ma non si pone forse in maniera sempre più urgente la questione di una reale riproducibilità delle lotte e di quanti ne prendono parte (quando più precarie si fanno le condizioni materiali di vita), questione che impone di ragionare sulla possibile apertura di spazi di controwelfare per la lotte stesse dentro e fuori le Università? Su questo solco (oltre naturalmente alle esperienze di riappropriazione studentesche) si possono in parte collocare le diffuse occupazioni dei lavoratori della cultura, dello spettacolo e della formazione nel corso dell'ultimo anno, le quali, se hanno avuto il merito di riuscire a costruire intorno alla riappropriazione un immaginario forte, si sono rivelate incapaci di esprimere una reale frattura, rischiando di chiudersi in forme di corporativismo relativo che rendevano difficile non tanto la creazione di consenso, quanto la possibilità di aprire scenari realmente generalizzabili ad ulteriori frazioni sociali. Se è probabile che esperienze di questo genere si diffondano sempre di più sui nostri territori, la scommessa a cui guardare sarà quella di provare a scavalcare l'identità vertenziale per immaginare percorsi di attivazione e conflitto più larghi e condivisi possibile.
In secondo luogo i saperi, campo di frizione imprescindibile per la costruzione di una reale internità conflittuale ed alternativa nel contesto universitario. Non c'è bisogno di sottolineare quanto l'esigenza in campo sia radicalmente distante da un'acritica difesa della cultura che, assumendola nella sua presunta neutralità, finisca per legittimarne egemonie, protagonismi, narrazioni ufficiali. E forse neppure la pratica dell'autoformazione intesa come produzione e diffusione di saperi militanti e di parte può bastare, essa sola, a costruire questa internità conflittuale finché essa non riesca ad interrogare direttamente le vite degli studenti, i contesti formativi che questi abitano, i concreti processi di soggettivazione messi in campo da un'organizzazione sempre più specialistica e professionalizzante dei saperi. Certo l'ambizione resta quella di una controsoggettività sempre più capace di sollevare lo sguardo dal recinto sicuro dello specialismo della formazione universitaria, per leggerne saperi, tecniche e professionalità prodotte nella loro dimensione globale, come sedimentazione di processi più ampi, riconoscendone la politicità e gli attori che le direzionano. E tuttavia questo può concretamente avvenire senza ripartire dal livello più basso dove tali processi prendono corpo, dove l'istituzione mette in campo le concrete strategie di produzione dei soggetti, nelle facoltà, nelle aule delle nostre Università? Che ogni studente sia un individuo già soggettivato dai saperi, dalle tecniche, dai concreti processi educativi che lo abitano (oltre che dai dispositivi organizzativi dentro cui si muove) vuol dire esattamente che l'autoformazione (per essere non solo formazione militante ma anche occasione soggettivante per chi militante non è) non deve rimuovere questo sostrato ma assumerlo come punto di partenza per scardinarlo dall'interno. Forse la scommessa in campo è esattamente quella di tornare nelle facoltà, di ripartire dai saperi come da ciò che parla delle vite di tutti gli studenti, di costruire percorsi di attivazione e partecipazione che partendo lì guardino ad un orizzonte più ampio. Introdurre non il salto (la frattura che rende parallele e mai tangenti formazione politica e formazione universitaria) ma la continuità capace di portare la contraddizione nel cuore dell'istituzione, per renderla concreto terreno di processi di organizzazione e conflitto.
Ipotesi di lavoro, che dovranno essere messe a verifica, in tentativi la cui riuscita difficilmente potrà essere assicurata a priori da una ricetta valida per ogni contesto, che ci obbligano a fare i conti su livelli di realtà appartenenti ad uno scenario futuro incerto ma ricco di interrogativi, e possibilità. 'Val Susa, l'Università delle lotte' è stata una sperimentazione ricca e potente, per la quale crediamo non si debba venire a capo con una sintesi e con una narrazione al singolare, perchè la pluralità della sua ricchezza e partecipazione ne sarebbe sminuita: i collettivi e le soggettività che hanno vissuto la quattro giorni di campeggio, discussione ed iniziativa, nella Val Susa No Tav, hanno fatto ritorno sui loro territori con un bagaglio di esperienza che, crediamo e speriamo, tornerà utile nelle lotte che verranno come nella quotidianità militante.
'Val Susa, l'Università delle lotte' è stato un primo spazio politico di comunicazione e connessione, che ha fatto convenire in Val Susa una molteplicità di collettivi universitari (e non) provenienti da decine di situazioni territoriali differenti, con i quali è stato importante non solamente mettere a verifica le esperienze di movimento delle passate stagioni di mobilitazione ma soprattutto immaginare i possibili percorsi di lotta e conflitto di domani: saperi e reddito, due macronodi che se affrontati nella visceralità del loro significante e non nella velleità della pubblicistica ideologica dell'ovvio, costituiscono due scommesse da compiere sul tavolo da gioco della crisi. Progetti di lotta che debbono andare a costituirsi dai territori, rompendo la logica ghettizzante di un rapporto di conflitto e sinergia da andare - ancora! - a costruire tra Università e metropoli.
La chiusura del campeggio sotto il battito di domande ed interrogativi, possibilità e ipotesi, siamo convinti restituisca la potenza collettiva di un futuro da scrivere, nelle lotte, che pensiamo non debba essere schiacciato dalla ritualità del conosciuto, improntato da una replicata sloganistica, da improvvisati sodalizi e vuote progettualità, galleggianti in una mare della crisi che oggi si riconosce nell'assenza del conflitto sociale ma che deve essere affrontato nella ricerca di soggettività e spazialità che magari faranno emergere composizioni e rivendicazioni inedite e complesse. Anche la preposizione del 'contro' merita, quantomai oggi, una contestualizzazione e tematizzazione all'altezza delle sfide, per fornire ad essa la forza ed il valore baricentrale delle nostre soggettività e dei nostri progetti di lotta. Urgenza di lavoro militante e ragione di ritrovo collettivo, questo il costituente e politico adagio per un'Università delle lotte, in Val Susa o altrove.
Collettivo Universitario Autonomo - Torino
dalla Valle che resiste; Chiomonte, Val Susa
Due case dello studente chiudono per una ristrutturazione improvvisa, anche se le fatiscenti condizioni degli stabili erano sotto gli occhi di tutti da tempo. Un tempo mai utilizzato per svolgere quelli che all’inizio erano dei normali lavori di manutenzione e che ora si sono trasformati in veri e propri lavori di smantellamento e ricostruzione.
La politica dell’impoverimento.
La tendenza, nemmeno tanto velata, replicata nel tempo con le ripetute chiusure per inagibilità della struttura di via Roma, è quella di produrre uno stato emergenziale capace di giustificare politiche di gestione a ribasso sulle tutele sociali speculando, inoltre, sull’allargamento della forbice tra beneficiari e idonei non beneficiari delle tutele al fine di deresponsabilizzare l’ente come soggetto garante del welfare studentesco. L’unica via d’uscita paventata dall’ERSU infatti, in obbedienza a questa strategia di deresponsabilizzazione, consiste nella monetarizzazione svalutata del servizio: accordare 108 euro per mensilità a chi avesse dovuto lasciare il proprio alloggio; con questa elemosina gli studenti sfrattati avrebbero dovuto coprire le spese di un affitto alternativo all’alloggio ERSU. Inutile dire che una cifra del genere fatica a soddisfare anche solo un terzo del costo della vita in città per uno studente fuori sede.
Non solo. Appare evidente come gli strumenti di garanzia collaterale predisposti dall’ente quali il contributo fitto casa, mostrino tutta la loro inadeguatezza e vengano, paradossalmente, fatti implodere dalle stesse politiche dell’ente. Un frangente “d’emergenza” come questo scopre il welfare di cartapesta predisposto dall’ERSU. Si tratta infatti di strumenti spesso e volentieri approntati secondo una logica di complicità e compatibilità con gli assetti di un mercato immobiliare degli affitti in città gonfiato a dismisura dall’ingente numero di appartamenti e stabili sfitti; strumenti privi di una reale base di finanziamento capace di ammortizzare – come scelta politica – l’impoverimento del reddito studentesco causato dalla speculazione immobiliare privata. Piuttosto, al contrario, si tratta di strumenti funzionali ad alimentare questa speculazione.
Governance: due passi avanti, uno indietro, un piede oltre la porta di casa.
Questo il quadro orientativo della politica dell’ERSU. Nessun confronto, nessuna proposta alternativa, nessuna mediazione. Eppure, in quanto siamo coscienti che solo le lotte producono la possibilità del cambiamento, abbiamo iniziato a costruire il nostro “NO” a questa politica. Ma bisogna ora interrogarsi sul carattere di questo nostro rifiuto e su quanto successo nel CdA Ersu del 6 settembre per poterne coglierne la portata politica e la dimensione di crescita strategica.
Sicuramente ci opponiamo in tutto e per tutto alle politiche di impoverimento perpetrate da ERSU e Regione ai nostri danni, ma sappiamo allo stesso tempo che non abbiamo la possibilità di contrattare alcunché. Vediamo crollare meccanismi storici di gestione della “cosa pubblica” che non possono non ridefinire anche le nostre stesse risposte politiche in termini di prospettiva e di organizzazione. Infatti, il controllo delle politiche sociali scivola verso una governance delle risorse scarse la quale prevede un’unilateralità del comando senza interesse alla mediazione, ma non per via di un’improvvisa quanto inspiegabile impennata autoritaria, quanto piuttosto perché si è ristrutturato l’assetto produttivo delle nostre società e dunque le forme del suo governo. Con questo nuovo livello dobbiamo confrontarci nelle nostre lotte.
Gli aggiustamenti della contrattazione, gestiti un tempo da livelli di rappresentanza – il sindacato studentesco e l’azienda, ad esempio – come presunta espressione di un corpo politico costituito da forze sociali diverse ma sinergiche, vengono riassorbiti, senza alcuna dialettica, nella rappresentazione di una virtualità della politica. Si simula nei comportamenti di un solo soggetto – l’ERSU in questo caso – la pluralità degli interessi sociali in conflitto incorporandone però di fatto la decisionalità ultima nel medesimo soggetto – sempre l’ERSU – pseudo garante di quelli che vengono spacciati per “interessi comuni”: comuni – secondo la loro narrazione – a un ente sottofinanziato e a una componente studentesca vittima dei tagli. Non a caso – interiorizzata questa retorica – vediamo il totale appiattimento della rappresentanza studentesca sulle posizioni dell’ente: i rappresentanti di UNICA 2.0 utilizzano la prima persona plurale per riferirsi al Consiglio di Amministrazione dell’ERSU.
Ma la retorica si smaschera. Così, dopo i primi nostri segnali di agitazione, debitamente preventivati e assimilati dalla controparte, abbiamo assistito a questo gioco dell’oca in cui – a differenza dei “classici” – l’ERSU ha prima fatto due passi avanti per poi farne uno indietro pur guadagnando comunque un passo oltre l’uscio di casa nostra per avvisarci dello sfratto imminente.
Il quadro principale, dopo il CdA del 6 settembre, si è dunque così ricomposto “per venire incontro agli studenti”, sebbene questi non fossero stati minimamente interpellati: via Roma resterà chiusa tutto l’anno; gli studenti che vi albergavano saranno ospitati nel College Sant’Efisio e nella Foresteria. Via Montesanto resterà chiusa per ristrutturazioni pesanti fino a gennaio, dopodiché gli studenti potranno farvi ritorno convivendo con il prosieguo dei lavori di piccola manutenzione. L’ERSU assegnerà agli studenti di via Montesanto un rimborso di 200 euro per i mesi di ottobre, novembre e dicembre. Questo rimborso verrà consegnato a dicembre con il primo assegno della borsa di studio. Queste decisioni sono state prese in Consiglio d’Amministrazione senza il diritto di replica da parte degli interessati e senza offrire margini di trattativa nello stesso CdA. O così o niente.
Che l’ERSU comunque realizzi la propria politica, prima sparando alto poi riaggiustando la mira a seconda del nostro umore, risulta un fatto conclamato. Basta osservare l’insufficienza di queste misure – senza neanche indagare ulteriormente le criticità esistenti intorno al Campus di Sant’Efisio, una struttura privata finanziata con soldi della Regione Sardegna, che ad oggi è costata la scandalosa cifra di 8 milioni e 8oo mila euro [sono stati stanziati altri 3 milioni e rotti. Il finanziamento ammonta a circa 12milioni].
Infatti l’ERSU politicamente va all’incasso: la proposta di coprire i tre mesi vacanti con soli 200 euro è altrettanto ridicola della prima proposta che elemosinava 108 euro! Come è possibile coprire i costi di affitto, bollette, gas, condominio con soli 200 euro? Qual è l’affittuario disposto a concedere una stanza in affitto per soli tre mesi? Saremmo costretti a mentire e ad affittare in nero? L’ERSU vuole questo? Probabilmente sì, non disdegnando quel sistema di compatibilità e complicità con il mercato immobiliare di cui sopra. Certo, che noi si corra anche il rischio di non ricevere indietro i soldi della caparra, alla resa dei conti, non è affare dell’ente! Come faranno coloro che versano in condizioni più indigenti ad anticipare i soldi di tre mensilità e della caparra (senza contare le varie spese fisse)? Chi ci assicura che via Montesanto riaprirà realmente a gennaio?
Indietro non si torna. Dalla dismissione del welfare alla riappropriazione.
Tutti i punti della politica di impoverimento sopra delineati (politiche di gestione a ribasso sulle tutele sociali, allargamento della forbice tra beneficiari e idonei non beneficiari, strategia di deresponsabilizzazione, monetarizzazione dei servizi, assenza di proposte alternative etc.) vengono toccati e soddisfatti. Questa finzione della governance – toglierti tutto per poi restituirti qualcosa facendoti però credere di non averti preso nulla ma, anzi, di averti tutelato e garantito – funziona come un vero e proprio dispositivo di disciplinamento dell’insubordinazione sociale contro le misure di impoverimento in tempo di crisi.
Ma, appunto, per poter costruire un nostro “NO” forte, è necessario allora cogliere l’elemento essenziale che sta al fondo di queste politiche, bisogna cogliere la natura della governance in quanto – come detto – interprete dell’assetto produttivo delle nostre società.
Partendo anche e soprattutto dal motore della conflittualità endogena delle classi subalterne, storicamente abbiamo visto saltare il patto storico tra capitale e lavoro che ha retto le socialdemocrazie occidentali novecentesche. Un patto basato sulla subordinazione della forza lavoro sociale al comando capitalistico in cambio delle promesse emancipative di quest’ultimo fatte di istruzione, sanità, trasporti, garanzie sociali etc. Questo storicamente è stata la natura del welfare nelle nostre società, uno strumento animato dall’ambivalenza dell’emancipazione e del disciplinamento.
È necessario interrogarci sulla natura del welfare ora; ora che è saltato il patto che lo ha fondato. La crisi degli istituti classici di rappresentanza, intesi come soggetti titolati a partecipare alla discussione su come organizzare l’attività produttiva e – come nel caso degli enti per la tutela del diritto allo studio – riproduttiva della società dev’essere interrogata partendo dal fatto che non c’è più discussione possibile perché non c’è più possibilità di organizzare entro la cornice dello stato e dei suoi sistemi di regolazione politica della conflittualità, la produzione sociale. Questo intendiamo, a più livelli, per crisi della rappresentanza e fine della mediazione.
Eppure resta il comando sul lavoro sociale, un comando che deve pur produrre profitto. Allora in società dove sempre più la produzione di ricchezza si autonomizza nelle relazioni sociali (capitalismo cognitivo) indipendenti dalla possibilità di un controllo proprietario (perdita di centralità del capitale fisso) osserviamo la tendenziale finanziarizzazione dei processi produttivi e dunque il divenire rendita dei profitti. Creare sbarramenti e privatizzare ciò che è socializzato, sono tutti dispositivi per catturare, artificiosamente, la produzione del lavoro vivo.
Dunque, in relazione al welfare studentesco ma anche alla natura del welfare in generale come “strumento inattuale”, osserviamo, da un lato, una continua erosione degli istituti classici di garanzia sociale, in quanto appunto portato residuale di un patto che non esite più, e pertanto intesi ormai banalmente come spese da tagliare (questo significa austerity, questo significa il sottofinanziamento dell’ERSU). Da un altro lato osserviamo però che il welfare classico trova una sua attualità, ristrutturandosi in tutta una serie di dispositivi che tendono a incanalare le istanze di reddito di un precariato giovanile diffuso o entro meccanismi di indebitamento coatto (vedi le conseguenze dell’aumento degli idonei non beneficiari, oppure, più esplicitamente,l’introduzione sempre più spinta di prestiti d’onore a “garanzia politica”, come il progetto “giovani sì” della regione Toscana) oppure in una risoluzione dei servizi in contributi monetari (il caso del “rimborso” di 200 euro in relazione alla chiusura della casa dello studente è il caso più lampante ma potremmo anche menzionare il fatto che l’affitto del posto alloggio è detratto dalla borsa di studio così allo stesso modo i pasti in mensa).
Rispetto a questo quadro non possiamo tornare indietro. Sappiamo però che la lotta contro questi dispositivi e contro la governance che li impone ha guadagnato per noi una sua dimensione specifica: se nessuna mediazione è possibile non abbiamo che la riappropriazione contro l’impoverimento.
Collettivo Universitario Autonomo - Cagliari
Le decisioni agite dall’alto che prevedono tagli da una parte e aumenti delle tasse dall’altra, presentate dai governi su come e cosa deve essere fatto per garantire stabilità economica e sicurezza (di chi?) non solo sono nocive e devono essere combattute, ma vanno combattute in ogni modo possibile sia per impedire l’erosione del welfare familiare sia per preludere ad un modo di pensare differente riguardo alla vita economica dei territori.
Queste considerazioni alludono sicuramente agli obiettivi a breve termine e alle forme di lotta che stanno praticando da più di un anno gli studenti del Cile, mettendo in discussione la credibilità e le scelte ultraliberali del governo Piñera e sono portate avanti da lotte di diversa entità sparse in tutto il globo, dove centrale si configura quella del Québec e i suoi sette mesi di sciopero a tempo indeterminato tra istituti e università culminati con una importante decisiva vittoria per il futuro di migliaia di studenti e delle loro famiglie. Il 5 settembre, solamente un giorno dopo aver vinto con scarso margine le elezioni legislative della regione quebecquois, la nuova primo ministro Pauline Marois, indipendentista, ha annunciato la decisione di annullare subito qualsiasi aumento delle tasse previsto nei disegni di legge precedenti.
Sicuramente la mobilitazione sociale che si è creata attorno alla protesta studentesca ha avuto un peso decisivo in questa tornata elettorale, e la paura di avere una spina costante nel fianco ha indotto il nuovo governo ad eliminare letteralmente anche la legge n°12, norma che il governo uscente di Jean Charest approvò in maniera specifica per criminalizzare le proteste e imporre forzosamente il ritorno alle lezioni attraverso la restrizione delle libertà di associazione, riunione ed espressione.
L’abilità del movimento studentesco era stata quella di agire quella legge repressiva per dare ulteriore impulso alla rivolta, giungendo a far parlare di sé e a creare effetto ricompositivo con altri settori della società indignati sia per la restrizione dei diritti sul lavoro che per l’attacco ai servizi essenziali, in misura peraltro molto inferiore a quelli che vediamo orchestrati in Italia da innumerevoli anni…
Naturalmente l’occhio vigile del movimento continuerà ad essere reattivo in merito a eventuali cambiamenti di rotta del Governo indipendentista; già nel 1996 Pauline Marois, allora ministro dell’educazione tentò di aumentare le tasse del 30% convocando un tavolo sull’educazione simile a quello che vorrebbe chiamare il prossimo mese, ma già allora dovette fare marcia indietro di fronte alla prontezza e alla radicalità degli studenti.
E difatti, a prescindere dalle decisioni governative e dell’interruzione dello sciopero indeterminato dato i positivi cambiamenti in corso, già il 22 settembre ci sarà un’altra manifestazione di massa, per mantenere il fiato sul collo e avanzare ulteriori rivendicazioniperché, afferma un attivista della federazione La Classe “l’inchiesta studentesca non si è conclusa e la nostra sete di giustizia sociale permane”. Da qui, la questione dell’aiuto finanziario agli studi, dalle borse ai prestiti, partendo dal dato che un 60% degli studenti finiscono la carriera universitaria con debiti ingenti dovuti sia ai prestiti ad honorem che ai prestiti contratti dalle famiglie per finanziare il mantenimento dei propri figli, diviene uno dei nodi cruciali per il movimento.
Organizzare le modalità per rivoltare il debito individuale, familiare e sociale che genera la sensazione di precarietà diffusa tra gli studenti è il nodo di dibattito che attualmente coinvolge migliaia di studenti in movimento a Montréal come nelle altre città del Québec, e che inevitabilmente dovrà far parlare di sé anche a queste latitudini.
Ascolta il commento di Pietro, realizzato all'interno di Parole Ribelli, su Radio Blackout.
A differenza dei desideri di chi, nell'arco istituzionale, vorrebbe un Monti-bis ed elogia l'operato del governo delle banche, nel paese reale di chi la materialità della crisi la sente giorno dopo giorno, evidentemente non c'è verso Monti quell'accondiscendenza dimostrata dai vari Casini, Bersani e compagnia cantante.
Ieri sera a Roma la facoltà di Lettere di Roma Tre è stata occupata per impedirne l'accesso a Monti e ad altri protagonisti della situazione di austerità in cui viviamo come ad esempio il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco.
Appresa la notizia, per evitare ulteriori contestazioni questa mattina, il premier ha deciso di non presentarsi e di effettuare il suo intervento in videoconferenza. Questa mattina in tanti e tante hanno effettuato comunque un comitato d'accoglienza composto da chi non accetta all'interno dell'università il massacro sociale propugnato dal governo tecnico.
Una vittoria simbolica, la mancata presenza del premier, per chi in quest'anno di sicuro aggravamento delle nostre condizioni di vita, vuole mettere in campo percorsi concreti di riappropriazione dal basso e di lotta ai simboli di questo potere post-democratico. Un anno che dovrà vedere la componente studentesca cercare di generalizzare quei conflitti datisi all'Alcoa, all'Ilva, in Valle di Susa, che nell'anno delle elezioni devono diventare vere e proprie spine nel fianco di chi vorrebbe imporci una transizione pacificata ad uno scenario di povertà generalizzata.