La complessità dell’attuale fase politica, fra crisi delle forme rappresentative tradizionali e emergenza di movimenti sociali radicati nel rifiuto dell’austerity (degli scenari di povertà da essa indotti, dell’ideologia di sviluppo coatto e depredatore cui si accompagna), è una fertile occasione di riflessione per quei soggetti politici attenti a potenziare forme diffuse di contrapposizione sociale all’esistente. Di qui nasce la duplice esigenza di dotarci in primo luogo degli strumenti necessari ad una lettura di parte della contemporaneità, ma anche di sottoporre il sapere militante sedimentatosi lungo una genealogia di cicli di lotte e processi organizzativi alla verifica del presente. Quale composizione sociale nella crisi? Quali possibilità di intervento soggettivo in questo contesto? Come massificare e organizzare forme di soggettività radicale?
Sono nodi aperti coi quali desideriamo confrontarci per attrezzare l’agire politico e rivelarne gli orizzonti di possibilità.
Composizione di classe e soggettività saranno dunque i primi nodi tematici di un percorso volto a costruire una cassetta degli attrezzi politica, che sia chiave di lettura di parte ma anche leva di processi organizzativi, grimaldello capace di scardinare rapporti sociali e di sfruttamento.
Li affronteremo a partire dalla lettura e discussione di “A sarà dura”, non semplicemente libro sul movimento Notav bensì vero e proprio lavoro di conricerca, di paziente e attenta inchiesta dentro e con i protagonisti di questo movimento. Un testo che, attualizzando l’eredità politica di Romano Alquati, è contemporaneamente strumento di comprensione e terreno di organizzazione. Punto di partenza privilegiato del nostro percorso, dunque, proprio per la sua capacità di rendere tangibile quel potenziale trasformativo insito nella produzione di interpretazioni che gli assetti speculativi e acritici del sapere universitario quotidianamente rimuovono.
Martedì 30 aprile, ore 17:30, spazio Lisa (Palazzo Nuovo)
Intervengono Lele Rizzo e Gianluca Pittavino
Testi consigliati:
- Centro sociale Askatasuna (a cura di); A sarà düra, storie di vita e di militanza notav; Derive&approdi, Roma, 2012; pp. 11-43.
- Bologna S.; Operaismo e composizione di classe; in Roggero G., Zanini A. (a cura di); Genealogie del futuro. Sette lezioni per sovvertire il presente; Ombrecorte, Verona, 2013; pp. 109-119.
Il materiale è reperibile presso l'aula del Collettivo (primo piano di Palazzo Nuovo, ex acquario, primo piano).
Come già successo altre volte (mai quante vorremmo) Il Tribunale del Riesame ha di fatto rigettato l'operazione della Procura di Torino cha lo scorso 29 novembre ha portato agli arresti domiciliari 9 compagni, altri 4 ai provvedimenti di obbligo di non dimora a Torino e 6 obblighi di firma. Dopo sole due settimane crolla il castello di accusa che imputava i reati di violenza, resistenza e persino uso di esplosivo (per un fumogeno acceso sul balcone) a quest* compagn*.
Alcun* dei compagn* devono ancora affrontare il Tribunale (domani) ma il precedente di oggi non potrà non contare sulla decisione.
C'è da chiedersi allora a quali logiche rispondano operazioni di questo tipo che spesso non vanno al di là del primo Riesame se non la volontà di punire preventivamente soggetti quotidianamente attivi nelle lotte, magari accompagnandole con altre operazioni contro i movimenti... Non a caso l'operazione avveniva in concomitanza dello sgombero del presidio di Chiomonte, pochi giorni prima della trasferta di Lione... Non a caso venivano colpit* compagn* particolarmente attivi nelle mobilitazioni a difesa e nella continuazione della Verdi15 occupata.
Certo non è dalla Magistratura che attendiamo risposte, così come siamo certi che questi provvedimenti non serviranno a disciplinare niente e nessuno e che quest* compagn* torneranno presto tra noi nelle lotte. Per ora, intato, festeggiamo...
Liber* tutt*!
Alle prime ore dell'alba, è scattata l'ennesima operazione da parte della Procura di Torino nei confronti di attivisti notav, il prodotto di un grottesco teatrino che tende a ripetersi. 19 persone, molte delle quali del comitato di lotta popolare di Bussoleno e dei collettivi universitari, sono state prelevate stamattina dalle loro abitazioni per essere condotte in questura. Tra i capi d'imputazione violenza, minacce, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, accensione ed esplosione pericolose. L'operazione scattata quest'oggi si riferisce all'occupazione degli uffici della GeoValsusa a Torino avvenuta il 24 agosto 2012.
Seguono i comunicati di solidarietà delle realtà universitarie e dei collettivi torinesi.
Libertà per i/le No TAV arrestati!
Questa mattina all'alba è scattata un'operazione della procura nei confronti di 19 No TAV, alcuni dei quali studenti e studentesse appartenenti al Collettivo Universitario Autonomo.
I fatti a cui si riferisce l'operazione risalgono al 24 agosto, giornata in cui il movimento NO TAV -nell'ambito della campagna “C'è lavoro e lavoro”- aveva occupato la sede della GeoValsusa, una delle ditte complici della devastazione e militarizzazione della Valle.
La GeoValsusa figurava all'interno del dossier reso pubblico dal movimento No TAV in cui si elencavano le ditte e i personaggi implicati nella costruzione della linea ad alta velocità. La stessa ditta si è distinta inoltre per i suoi sporchi interessi affaristici volti ad accaparrarsi denaro pubblico.
Come universitari/e abbiamo sempre preso parte alla lotta in Valsusa punto di riferimento per tutti i movimenti sociali e studenteschi in particolare per la sua capacità di riuscire a opporsi e resistere all'arroganza e alle imposizioni dei poteri forti.
Da un lato assistiamo alla completa dismissione dell'università -ma più in generale- del sistema formativo mentre dall'altro si sprecano milioni di euro per il finanziamento di un'opera inutile e dannosa, funzionale solo agli interessi di pochi.
Quest'estate abbiamo scelto di costruire un campeggio universitario in Valsusa che ha visto la partecipazione di studenti e studentesse provenienti da tutta Italia, per l'importanza che la lotta NO TAV ha per noi tutti e per i movimenti del nostro paese.
Un'operazione compiuta a pochi giorni da una settimana di mobilitazione del mondo della formazione che ci vedrà -e questa è una promessa- scendere nelle piazze e tornare in Valsusa!
Mai un passo indietro!
Mattia, Cecilia, Francesca, Giudith, Forgi, Putti, Luca liber*!
Liberi/e tutti/e!
Collettivo Universitario Autonomo
Solidarietà dalla Verdi15 ai NoTav arrestati!
Questa mattina una nuova operazione della procura di Torino ha colpito 19 NoTav a seguito dell’occupazione il 24 agosto scorso della sede della ditta GeoValsusa, implicata nei lavori di costruzione del cantiere di Chiomonte e nella devastazione della Val Clarea e che annovera fra i suoi soci personaggi distintisi, già in passato, per falsi in bilancio e malaffare. L’occupazione della sede della ditta mirava infatti proprio a denunciare e contestare la complicità dell’impresa con la depredazione e militarizzazione del territorio valsusino.
Tra gli arrestati anche alcuni studenti e studentesse della Verdi Occupata insieme ai quali abbiamo condiviso tantissimi momenti di lotta e di crescita collettiva. Le zelanti risposte di procura e questura ci dimostrano, ancora una volta, quale sia la posta in gioco: nel movimento NoTav, così come nella Verdi Occupata, ciò che si tenta, inutilmente, di colpire sono le esperienze collettive che costruiamo per difendere i territori e la qualità delle nostre esistenze. La depredazione dei nostri ambienti e condizioni di vita è il comune denominatore delle politiche portate avanti trasversalmente ad ogni formazione partitica (al Comune, come in Regione, come nel Governo dei tecnici) in accordo con gli interessi degli speculatori privati; contro queste politiche ogni giorno lottiamo come studenti e come NoTav!
Esprimiamo la nostra solidarietà a tutt* i/le NoTav arrestat*!
Liberi tutti!
Verdi Quindici Occupata
Solidarietà dal Collettivo di Scienze Politiche: Francesca libera, liber* tutt*!
Questa mattina all'alba una nuova operazione della procura di Torino ha colpito il movimento No Tav: 19 persone sono state arrestate per l'occupazione della sede della ditta GeoValsusa, implicata nei lavori di costruzione del cantiere di Chiomonte, quindi della devastazione e speculazione ai danni della Val Susa e della sua comunità in lotta contro il Tav.
L'occupazione della GeoValsusa è avvenuta il 24 agosto scorso, per denunciare e contestare la complicità dell’impresa con la depredazione e militarizzazione del territorio valsusino. Per un'azione simbolica vengono arrestate 19 persone, la maggior parte delle quali sono studenti e giovani: tra loro c'è anche una nostra compagna del Collettivo di Scienze Politiche, Francesca.
Crediamo che quanto sta avvenendo nel nostro paese sia indicativo: si arrestano e tentano di intimidire i giovani studenti in mobilitazione contro i tagli e l'austerity, contro la crisi e le sue opere inutili. Il No della Val Susa è una questione che ha attraversato e attraversa anche la nostra facoltà, non solamente per l'importanza e la trasversalità della contrarietà ad un'opera inutile come l'alta velocità Torino-Lione, ma anche per l'evidente contraddizione che assume nel contesto universitario: si tagliano le borse di studio e il diritto allo studio ma si sprecano soldi per una grande opera che invece potrebbe e dovrebbe essere rovesciata, per investire i pochi denari delle casse pubbliche per finanziare welfare, redditi e diritti.
Al contempo quest'operazione di polizia arriva in un momento particolare dell'autunno nostrano: dopo la fiammata sociale dello sciopero europeo del 14 novembre, a pochi giorni dall'iniziativa del movimento No Tav a Lione, a una settimana dalla mobilitazione studentesca del 6 dicembre.
Il movimento No Tav ce l'ha insegnato: non basteranno gli arresti, non saranno sufficienti le intimidazioni; fermarci è impossibile!
Francesca libera, liber* tutt*!
Collettivo di Scienze Politiche
Si parte e si torna insieme: Giudith libera!
Oggi giovedì 29 novembre il movimento No Tav ha subito l’ennesimo attacco intimidatorio da parte della procura di Torino: 19 persone tra cui molti studenti e studentesse sono state coinvolte in questa operazione. Tra di loro anche una compagna del Collettivo di Lettere e Filosofia a cui sono stati imposti gli arresti domiciliari per aver partecipato all’occupazione della GeoValSusa il 24 agosto scorso.
Non è un caso che questa operazione coinvolga un così elevato numero di studenti in un momento di mobilitazione partecipata e diffusa sul territorio che ha come obiettivo quello di colpire i responsabili delle politiche di austerity che si abbattono sulle nostre teste ormai da tempo. Dopo la grande giornata del 14 novembre anche la prossima settimana ci vedrà infatti protagonisti nella costruzione della mobilitazione verso il #6D a dimostrazione del fatto che non saranno le provocazioni della questura a fermarci.
Nella lotta No Tav come quella contro i tagli alle borse di studio e lo smantellamento dell’università pubblica ci troverete sempre in prima fila nelle nostre facoltà, nelle strade e sui sentieri della Val Susa!
Giudith libera!
Liberi tutt*! Liberi subito!
Collettivo di Lettere e Filosofia
Note a margine della quattro giorni di 'Val Susa, l'Università delle lotte'
Nella cornice dell'estate No Tav, dal 29 agosto al 1 settembre, si è tenuta la quattro giorni di 'Val Susa, l'Università delle lotte', una sperimentazione di Università popolare proprio sul territorio dove ormai da più di vent'anni si conduce una delle lotte più longeve, interessanti e complesse del nostro tempo. La scelta di situare proprio nella Valle che resiste l'iniziativa non è stata casuale: sappiamo bene che la lotta si può imparare solo lottando, che solo vivendo i movimenti nei loro punti di forza, nelle loro contraddizioni, quindi nelle loro debolezze, si può imparare ad agire nella loro internità per potenziarli e rilanciarli. Quale migliore esempio del 'metodo Val Susa'? Una lotta locale, ma non localistica, che sempre più si fa nazionale quando non europea. Una lotta dove la ricomposizione mette in connessione tessuti sociali, generazioni, spaccati politici e territoriali fortemente eterogenei. Una lotta che da un No costituente, dal rifiuto alla grande opera, ha imparato a generalizzarsi assumendo tratti (ancora in sviluppo) di lotta al debito, all'austerity e alla politica tradizionale nostrana. Una lotta, infine, la cui esemplarità, per molti versi irriproducibile, continua a porre con forza il nodo dei movimenti proprio quando questo diventa meno semplice e lineare: nel contesto della crisi, nell'Italia del governo tecnico dei professori.
Non è dunque un caso che su questo terreno siano confluite, nei momenti di massima tensione e conflittualità, quelle soggettività giovanili emerse durante il ciclo di lotte No Gelmini. Militanti, simpatizzanti, collettivi, aggregati vari ed eterogenei, hanno risposto alla chiamata della Val Susa, sperimentando poi sui loro territori pratiche e saperi condivisi. Soggettività oggi in difficoltà nell'ipotizzare - dopo l'esaurirsi del movimento - nuove strategie di lotta nel campo della formazione, trattenute dall'innegabile coda assunta dall'ondata No Gelmini: caratterizzata dalla mancanza di una reale capacità di generalizzazione a tessuti sociali più ampi (se non in maniera sloganistica) così come dall'insufficienza nel partorire forme altre di agitazione sociale, rinchiusa in una dinamica meramente resistenziale destinata ad esaurirsi velocemente. Ripartiamo per rielaborare limiti e ricchezze di una stagione ormai conclusa, ma soprattutto per fare i conti con le potenzialità a venire. Pensare ad un ciclo di lotte all'altezza non solo della scommessa indotta dalla crisi, ma anche delle necessità attorno alla riforma Profumo e alla questione della meritocrazia appare infatti piuttosto riduttivo: una riforma di aggiustamento, senza il peso specifico di quella Gelmini (pur costituendone il prolungamento naturale) che rischierebbe di rinchiudere i potenziali campi di lotta nel vicolo cieco di un vertenzialismo senza sbocchi. Da qui la necessità di trasformare il terreno di resistenza in punto di attacco, per ripartire pensando ancora all'Università come snodo di percorsi di soggettivazione, organizzazione, conflitto. Quali possono dunque essere questi percorsi nuovi e magari inediti da percorrere? Due nodi emersi nella loro centralità in 'Val Susa, l'Università delle lotte' così come fra le esperienze politiche dell'Università post-Gelmini sono stati indubbiamente quello del reddito e dei saperi. Il primo come ambito nel quale si stanno esprimendo le maggiori tensioni nel contesto della crisi generalizzata e che attraversa le resistenze contro un diritto allo studio in estinzione così come le possibilità alternative che da queste contraddizioni scaturiscono. Il secondo come campo di tensioni e di forze dentro cui abitualmente ci muoviamo, tensioni che chiedono di essere consapevolmente polarizzate nella loro apparente neutralità.
Innanzitutto il reddito: indubbia è la sua dirompenza nell'attuale congiuntura, come parzialmente testimoniano le prime fiammate di ciò che resta della classe operaia tradizionale. Meno scontata è la possibilità di una sua interpretazione sottratta ad ogni ipotesi di concertazione e di difesa vertenziale, così come la capacità di renderlo realmente 'nodo', grumo di relazioni fra Università e metropoli, terreno di continuità e trasversalità. Se è infatti vero che nel tessuto studentesco la questione del reddito resta una domanda aperta, ancora da indagare ed inchiestare, certamente l'attacco al diritto allo studio che in tutt'Italia si sta esprimendo con tagli alle borse di studio, con privatizzazione degli alloggi per i fuori sede, con consistenti aumenti delle tasse, impone con tale domanda un confronto urgente. Non si può certo negare che nel nostro paese il welfare familiaristico a costo zero sostenga in gran parte la domanda studentesca di reddito e tuttavia proprio gli scricchiolii di questo edificio welfaristico, sottoposto ad insostenibili pressioni dallo smantellamento di più ampi settori della spesa pubblica, lasciano presagire se non un suo crollo imminente perlomeno l'apertura di importanti punti di frizione. Che ruolo possono svolgervi le lotte? Quale la funzione delle pratiche di riappropriazione diretta ed indiretta? Quanto possono queste ultime farsi vettore di una concreta sottrazione di terreno alle istituzioni della formazione (e non solo) sul campo della produzione di soggettività? Non solo, ma non si pone forse in maniera sempre più urgente la questione di una reale riproducibilità delle lotte e di quanti ne prendono parte (quando più precarie si fanno le condizioni materiali di vita), questione che impone di ragionare sulla possibile apertura di spazi di controwelfare per la lotte stesse dentro e fuori le Università? Su questo solco (oltre naturalmente alle esperienze di riappropriazione studentesche) si possono in parte collocare le diffuse occupazioni dei lavoratori della cultura, dello spettacolo e della formazione nel corso dell'ultimo anno, le quali, se hanno avuto il merito di riuscire a costruire intorno alla riappropriazione un immaginario forte, si sono rivelate incapaci di esprimere una reale frattura, rischiando di chiudersi in forme di corporativismo relativo che rendevano difficile non tanto la creazione di consenso, quanto la possibilità di aprire scenari realmente generalizzabili ad ulteriori frazioni sociali. Se è probabile che esperienze di questo genere si diffondano sempre di più sui nostri territori, la scommessa a cui guardare sarà quella di provare a scavalcare l'identità vertenziale per immaginare percorsi di attivazione e conflitto più larghi e condivisi possibile.
In secondo luogo i saperi, campo di frizione imprescindibile per la costruzione di una reale internità conflittuale ed alternativa nel contesto universitario. Non c'è bisogno di sottolineare quanto l'esigenza in campo sia radicalmente distante da un'acritica difesa della cultura che, assumendola nella sua presunta neutralità, finisca per legittimarne egemonie, protagonismi, narrazioni ufficiali. E forse neppure la pratica dell'autoformazione intesa come produzione e diffusione di saperi militanti e di parte può bastare, essa sola, a costruire questa internità conflittuale finché essa non riesca ad interrogare direttamente le vite degli studenti, i contesti formativi che questi abitano, i concreti processi di soggettivazione messi in campo da un'organizzazione sempre più specialistica e professionalizzante dei saperi. Certo l'ambizione resta quella di una controsoggettività sempre più capace di sollevare lo sguardo dal recinto sicuro dello specialismo della formazione universitaria, per leggerne saperi, tecniche e professionalità prodotte nella loro dimensione globale, come sedimentazione di processi più ampi, riconoscendone la politicità e gli attori che le direzionano. E tuttavia questo può concretamente avvenire senza ripartire dal livello più basso dove tali processi prendono corpo, dove l'istituzione mette in campo le concrete strategie di produzione dei soggetti, nelle facoltà, nelle aule delle nostre Università? Che ogni studente sia un individuo già soggettivato dai saperi, dalle tecniche, dai concreti processi educativi che lo abitano (oltre che dai dispositivi organizzativi dentro cui si muove) vuol dire esattamente che l'autoformazione (per essere non solo formazione militante ma anche occasione soggettivante per chi militante non è) non deve rimuovere questo sostrato ma assumerlo come punto di partenza per scardinarlo dall'interno. Forse la scommessa in campo è esattamente quella di tornare nelle facoltà, di ripartire dai saperi come da ciò che parla delle vite di tutti gli studenti, di costruire percorsi di attivazione e partecipazione che partendo lì guardino ad un orizzonte più ampio. Introdurre non il salto (la frattura che rende parallele e mai tangenti formazione politica e formazione universitaria) ma la continuità capace di portare la contraddizione nel cuore dell'istituzione, per renderla concreto terreno di processi di organizzazione e conflitto.
Ipotesi di lavoro, che dovranno essere messe a verifica, in tentativi la cui riuscita difficilmente potrà essere assicurata a priori da una ricetta valida per ogni contesto, che ci obbligano a fare i conti su livelli di realtà appartenenti ad uno scenario futuro incerto ma ricco di interrogativi, e possibilità. 'Val Susa, l'Università delle lotte' è stata una sperimentazione ricca e potente, per la quale crediamo non si debba venire a capo con una sintesi e con una narrazione al singolare, perchè la pluralità della sua ricchezza e partecipazione ne sarebbe sminuita: i collettivi e le soggettività che hanno vissuto la quattro giorni di campeggio, discussione ed iniziativa, nella Val Susa No Tav, hanno fatto ritorno sui loro territori con un bagaglio di esperienza che, crediamo e speriamo, tornerà utile nelle lotte che verranno come nella quotidianità militante.
'Val Susa, l'Università delle lotte' è stato un primo spazio politico di comunicazione e connessione, che ha fatto convenire in Val Susa una molteplicità di collettivi universitari (e non) provenienti da decine di situazioni territoriali differenti, con i quali è stato importante non solamente mettere a verifica le esperienze di movimento delle passate stagioni di mobilitazione ma soprattutto immaginare i possibili percorsi di lotta e conflitto di domani: saperi e reddito, due macronodi che se affrontati nella visceralità del loro significante e non nella velleità della pubblicistica ideologica dell'ovvio, costituiscono due scommesse da compiere sul tavolo da gioco della crisi. Progetti di lotta che debbono andare a costituirsi dai territori, rompendo la logica ghettizzante di un rapporto di conflitto e sinergia da andare - ancora! - a costruire tra Università e metropoli.
La chiusura del campeggio sotto il battito di domande ed interrogativi, possibilità e ipotesi, siamo convinti restituisca la potenza collettiva di un futuro da scrivere, nelle lotte, che pensiamo non debba essere schiacciato dalla ritualità del conosciuto, improntato da una replicata sloganistica, da improvvisati sodalizi e vuote progettualità, galleggianti in una mare della crisi che oggi si riconosce nell'assenza del conflitto sociale ma che deve essere affrontato nella ricerca di soggettività e spazialità che magari faranno emergere composizioni e rivendicazioni inedite e complesse. Anche la preposizione del 'contro' merita, quantomai oggi, una contestualizzazione e tematizzazione all'altezza delle sfide, per fornire ad essa la forza ed il valore baricentrale delle nostre soggettività e dei nostri progetti di lotta. Urgenza di lavoro militante e ragione di ritrovo collettivo, questo il costituente e politico adagio per un'Università delle lotte, in Val Susa o altrove.
Collettivo Universitario Autonomo - Torino
dalla Valle che resiste; Chiomonte, Val Susa
Dopo la quattro giorni 'Val Susa, l'università delle lotte' organizzata dal Collettivo Universitario Autonomo di Torino all'interno dell'estate No Tav, raccogliamo i materiali usciti prima, durante e dopo questa esperienza che ha visto l'incontro di soggettività individuali e collettive con l'ambizione di attrezzarsi per sperimentare nelle contraddizioni aperte dalla crisi forme di ricomposizione, trasformazione e creazione di alternativa.
L'appello di indizione 'Val Susa, l'Univeristà delle lotte!'
Prima giornata
Video del workshop 'Social Media Battleground' con Carlo Formenti, docente di Scienze della comunicazione all'Università di Lecce
Letture consigliate:
- 'L'eclissi' di Carlo Formenti e Franco Berardi Bifo
- 'Informazione di parte - Intervento di Carlo Formenti' di Info Free Flow
- 'Osservazioni su cultura, teoria, storia' di Romano Alquati
Report conclusivo della prima giornata
Seconda giornata
Video dell'assemblea su 'Cultura, formazione e spazi sociali' con Verdi 15 Occupata (Torino), Zero 81 Occupato (Napoli), Teatro Valle Occupato (Roma), Teatro Garibaldi Occupato (Palermo)
Letture consigliate:
- 'Oltre il giardino - L’esperienza di Macao e il lavoro creativo', di Cristina Morini
- 'Cultura formazione e ricerca', di Romano Alquati
- 'Verdi 15: un'alternativa, non un esercizio di compatibilità', di Verdi 15 Occupata Torino
Report conclusivo della seconda giornata
Terza giornata
'Lotte against debito & crisi' - Workshop con Raffaele Sciortino, dottore di ricerca in relazioni internazionali all'Università Statale di Milano, redattore del portale antagonista Infoaut.org.
Letture consigliate:
- 'Provincializzare l'eurocrisi', di Raffaele Sciortino
- 'Bce, euro, scenari: appunti', di Christian Marazzi
- 'Un piccolo grande movimento. No Tav e quadro politico italiano', di Raffaele Sciortino
Quarta giornata
Report conclusiva dell'ultima giornata
A breve pubblicheremo il documento conclusivo e complessivo della quattro giorni in Val Susa
Ascolta il commento di Carlo Formenti, realizzato all'interno di Parole Ribelli, su Radio Blackout.
Pubblichiamo qui di seguito la riflessione scritta da Carlo Formenti, docente di scienze della comunicazione all’Università di Lecce. Il docente, relatore al dibattito “Social media battleground” durante la quattro giorni universitaria organizzata al campeggio di lotta di Chiomonte, regala ai suoi lettori una prima impressione del suo soggiorno valsusino…a presto professore!
Butto giù questa breve nota sull’onda delle emozioni che mi hanno suscitato i due giorni che ho avuto modo di trascorrere al campeggio No Tav di Chiomonte. Voglio ringraziare prima di tutto i ragazzi che mi hanno invitato a parlare su lotte, democrazia e rete in uno dei loro workshop.
Era la prima volta che andavo in Val Susa e si è trattato di un’esperienza straordinaria. Credo che tutti coloro che, pur e considerandosi di sinistra, nutrissero il minimo dubbio sulla giustezza e sull’importanza politica della battaglia che da quasi vent’anni si combatte lassù o, peggio, fossero tentati di prendere per buone le motivazioni con cui i media e la maggioranza dei partiti appioppano ai No Tav l’etichetta di estremisti (se non di terroristi), nonché di nemici del progresso economico e della democrazia, dovrebbero andare di persona a vedere che cosa succede da quelle parti e, soprattutto, dovrebbero andare a parlare con i valsusini, oltre che con le forze “esterne” che ne appoggiano in vari modi la lotta. Le virgolette sono d’obbligo perché i militanti di diversa estrazione ideologica che non solo dal Piemonte ma da ogni parte d’Italia salgono in Val Susa per fiancheggiare l’azione dei comitati spontanei creati dalla popolazione, non sono in alcun modo esterni agli obiettivi e ai metodi di lotta scelti dalla gente del posto.
Obiettivi e metodi legittimati dalla volontà di resistere a quella che si presenta come una delle più brutali azioni di stupro ai danni di un ambiente e dei suoi abitanti che i governi (al plurale perché si sono passati il testimone in questa nobile impresa) di questo Paese abbiano mai perpetrato. Uno stupro motivato dagli interessi di un pugno di speculatori e che oggi, mentre sono ormai smascherate le ragioni economiche, politiche e “scientifiche” con cui si è inutilmente cercato di legittimarlo, viene tenuto in piedi al solo scopo di dimostrare l’impossibilità che l’autonoma volontà democratica di una popolazione locale possa prevalere sul potere dello Stato e dei suoi organi di repressione.
È probabile che la “grande impresa” della Tav sia destinata a fare la fine della megabufala del ponte sullo stretto di Messina, con la quale condivide lo stesso infame mix di irrazionalità tecnoeconomica, dannosità ambientale e rapacità speculativo mafiosa, a meno che lo Stato non voglia prima celebrare una “vittoria” che testimoni la sua schiacciante superiorità militare su poche decine di migliaia di persone (è il dubbio che sorge guardando lo spettacolo desolante di un cantiere armato fino ai denti, nel quale si lavora per distruggere e non per costruire).
In ogni caso, se e quando ciò dovesse avvenire, la storia della No Tav resterà nella memoria di chi appartiene alla sinistra, nei fatti e non solo nelle parole, come un formidabile esempio di autogoverno democratico e di integrazione positiva fra i soggetti locali di tale autogoverno e le forze politiche accorse a sostenerlo con la loro azione e le loro idee. Fra queste forze politiche latitano, ma questo è ormai scontato, quelle che, se non altro per tradizione e bandiera, avrebbero dovuto essere in prima fila nel difendere le ragioni della popolazione valsusina, mentre hanno preferito unirsi al coro degli anatemi contro i “violenti” (chiudendo gli occhi su qual era la parte in campo che stava effettivamente esercitando violenza) e gli “antipolitici”, insulto che i veri democratici di questo Paese dovrebbe ormai accogliere come il miglior complimento.
di Carlo Formenti, da Blog-Micromega
Il programma della quattro giorni di campeggio No Tav in Val Susa. Dal 29 agosto al 1 settembre, Chiomonte. Quattro giorni di incontro, discussione, iniziativa, lotta, socialità; quattro giorni di campeggio per attrezzarci per il futuro.
'Dal 29 agosto al 1 settembre, a Chiomonte, dentro l'estate No Tav, vogliamo azzardare un esperimento, con un'idea di campeggio ambiziosa perchè eccedente ogni forma di classificazione, laddove nella sostanza saltano quelle categorie che spesso si rivelano recinti. Sarà il campeggio di chi lo attraverserà e vivrà, quindi di quelle soggettività individuali e collettive che lo faranno proprio; in fondo è questa l'essenza dell'essere No Tav, a Chiomonte come a Quarto Oggiaro o Mirafiori, a Marinella come a Bagheria. Nel cuore della crisi non ci servono freni, ma solo accelleratori di processi costituenti che non possono darsi al di fuori delle lotte, dei conflitti. Ragione per la quale crediamo che la Val Susa, la cornice del campeggio contro il fortino militarizzato della cricca del Tav, ci fornisca un'occasione potente e particolare da raccogliere 'per attrezzarci per il futuro'. Il metodo nel quale crediamo è quello del conflitto e della sperimentazione, ce lo impone il battito della crisi: il nostro antagonismo non si può accontentare dei meccanismi della ripetizione e della ritualità, non si può compiacere del conquistato ma deve giocarsi in mezzo alle faglie della crisi, per afferrare quella crisi di civiltà come opportunità di lotta, ricomposizione, conflitto, trasformazione, alternativa. È una scommessa, che vale la pena azzardare. Gli spazi costituenti non sono affare di alleanze di convenienza o cartelli di sopravvivenza, debbono essere ricercati e sperimentati, dentro un mare di collettività anche differenti ma armate di intelligenze che piegano l'ibrido in contagio, sociale e politico. Anche qui, la comunità No Tav insegna, altrimenti più di vent'anni dopo non saremmo ancora qua'.
dall'appello 'Val Susa, l'Università delle lotte'
Mercoledì 29 agosto
Ore 17.30
Social media battleground
Workshop con Carlo Formenti, docente di Scienza della comunicazione all'Università di Lecce ed autore di testi fondamentali per una lettura critica dei mutamenti economici, sociologici e politici emersi dallo sviluppo della rete e dei social media.
La storiella della rete come spazio liberato l'abbiamo sempre ritenuta insufficiente, illusiva ed in fondo remissiva. La rete non è il comunismo mediale dei giusti e degli evoluti, ma è l'ulteriore terreno di scontro e conflitto, è l'ennesimo campo di battaglia per coloro che immaginano di rompere l'esistente e costruire alterità. Laddove, dal nostro punto di vista, i saperi non debbono prendere le sembianze di merce dell'ideologia della condivisione, ma assumere la forza di sapere della e per la formazione ed organizzazione delle soggettività del nostro tempo. Tra new media e social network, per una formazione antagonista dentro e contro la rete.
Consigli di letture:
- 'L'eclissi' di Carlo Formenti e Franco Berardi Bifo
- 'Informazione di parte - Intervento di Carlo Formenti' di Info Free Flow
- 'Osservazioni su cultura, teoria, storia' di Romano Alquati
Giovedì 30 agosto
Ore 17.30
Cultura, formazione e spazi sociali
Assemblea sulle lotte con Verdi 15 Occupata (Torino), Zero 81 Occupato (Napoli), Teatro Valle Occupato (Roma), Teatro Garibaldi Occupato (Palermo), Lavoratori e lavoratrici del Cinema (Torino).
L'adagio sul quale gioca il titolo dell'assemblea sulle lotte del mondo della formazione e della cultura è quello di un testo di Romano Alquati, 'Cultura, formazione e ricerca', che riteniamo importante da considerare anche quando andiamo a discutere ed organizzare il conflitto sui terreni ambivalenti ed ambigui del lavoro immateriale e cognitivo, dirimenti perchè centrali nei circuiti dell'economia del debito e fondamentali nella produzione e riproduzione delle nostre vite. Per confrontare esperienze di lotta formatesi diversamente quindi distinte culturalmente, combattute su territori distanti ma comunicanti a partire dalla loro differenza, quindi ricchezza.
Consigli di letture:
- 'Oltre il giardino - L’esperienza di Macao e il lavoro creativo', di Cristina Morini
- 'Cultura formazione e ricerca', di Romano Alquati
- 'Verdi 15: un'alternativa, non un esercizio di compatibilità', di Verdi 15 Occupata Torino
Ore 21.30
Serata hip hop con il Signor K da Bergamo
Venerdì 31 agosto
Ore 17.30
Lotte against debito & crisi
Workshop con Raffaele Sciortino, dottore di ricerca in relazioni internazionali all'Università Statale di Milano, redattore del portale antagonista Infoaut.org.
Giunti oramai all'ennesima estate della crisi, ancora nella bolgia dell'esplosione della crisi dei debiti sovrani, crediamo sia importante fermarsi un attimo per capire a che punto è la notte e soprattutto per iniziare a discutere. Se la panacea globale della crisi non può più essere occultata in quanto sistemica, come faglia di una civiltà mondo che interessatamente pur disgregandosi si riorganizza, nostra priorità militante non può essere che quella di immaginare ed andare a costruire un'opposizione sociale all'altezza, per poter rimettere in discussione un sistema capitalistico che casca... perchè? e soprattutto, combattendolo con quali lotte?
Consigli di letture:
- 'Provincializzare l'eurocrisi', di Raffaele Sciortino
- 'Bce, euro, scenari: appunti', di Christian Marazzi
- 'Un piccolo grande movimento. No Tav e quadro politico italiano', di Raffaele Sciortino
Ore 21.30
Iniziativa in Clarea
Sabato 1 settembre
Ore 17.30
Per un'Università delle lotte, attrezzandoci per il futuro
Assemblea nazionale di movimento su formazione e reddito, università e metropoli, saperi e conflitto; parteciperanno le realtà politiche universitarie e metropolitane del nazionale.
Nell'appello sottolineavamo l'importanza che per noi detiene il metodo, nel formare per organizzare, nel costruire per rompere, nel fare movimento. Tanto abbiamo imparato in questa Valle che resiste, tanto altro ancora siamo pronti ad impararlo. Dentro le lotte, nell'Università dell'Onda come nella Val Susa della Libera Repubblica della Maddalena, abbiamo costruito metodi partecipati ed comuni del 'fare assemblea', dell'intendere i momenti collettivi come il cardine del nostro fare politica, differente dai clichè mediatizzati perchè autonomo ed autorganizzato, irriducibile perchè comandato dal desiderio e dal bisogno di trasformare costruire condividere.
Nell'Università delle lotte che immaginiamo di istituire, come sfida collettiva ed ambiziosa, dobbiamo portare ricchezze e limiti di esperienze di mobilitazione, universitarie e non, grandi e piccole, che siamo stati in grado di far vivere sui nostri territori, mettendo a valore quel sapere di parte militante e collettivo, testardamente in work in progress, che nelle lotte abbiamo imparato a maneggiare. Non possiamo accontentarci nè della parzialità di una vittoria tantomeno sederci dinnanzi ad una sempre parziale sconfitta, perchè siamo direzionati verso un futuro da cogliere come scommessa, di contropotere e conflitto, di organizzazione e controsapere. Continuiamo ad attrezzarci per il futuro.
Consigli di letture:
- 'Direzione futuro', di Collettivo Universitario Autonomo Torino
- 'Volantinare alle happy hours', di Sergio Bologna
- 'Università, formazione, antagonismo' di Damiano Palano
I testi di lettura consigliati per gli appuntamenti seminariali e assembleari sono rinvenibili per la maggior parte in rete, o altrimenti recuperabili al campeggio No Tav di Chiomonte a partire dall'inizio della quattro giorni 'Val Susa, l'Università delle lotte'.
Appello al mondo della formazione per un'estate No Tav.
L'adagio consacratosi lungo la scia del 'boom economico' dell'Italia fordista vorrebbe continuare a raccontarci la favoletta dell'Università come ascensore sociale per la scalata di classe, come regno per l'accesso al paradiso dei giusti e meritevoli. Le peggiori storie si perdono nelle alchimie ideologiche intrise di lavoro e disciplina, morale e colpa. Noi invece crediamo nelle lotte come motore del mondo, attraverso le quali osserviamo le trasformazioni di un sistema (in)debito, per poterlo continuare a combattere, dentro e contro, ostinatamente a rovesciare. L'Università non fa eccezione, altrimenti sopravvive il retaggio del fare i conti senza l'oste: ieri le lotte hanno guadagnato l'accesso di massa all'Università, facendo cadere quelle barriere che, quando scosse, insormontabili non si sono dimostrate; oggi l'Università (espressione del potere che le comanda) non solamente programma di stringere l'accesso ad un diritto (lo studio) ma innanzitutto prepara i dispositivi per meglio governare, disciplinare e ricattare, organizzare e gerarchizzare la forza lavoro del domani, le soggettività dell'economia del debito.
L'ascensore si è rotto, ma non è nostra preoccupazione aggiustarlo. La peggio litania riformista avrebbe giustificato il contrario; le velleità miglioriste da noi non trovano casa. Questo ci ha insegnato la Val Susa, questo abbiamo imparato dal movimento No Tav. 'Fermarlo è possibile, fermarlo tocca a noi!' non è solamente lo slogan storico della battaglia contro l'alta velocità nella Valle che resiste, ma è soprattutto la sintesi di un metodo di lotta che non si lascia affascinare dalle sirene delle istituzioni né dalle promesse della politica del palazzo, che quindi si istituisce nell'autonomia ed autorganizzazione, nell'indipendenza e forza. Il movimento No Tav non è una costola della 'società dell'opinione', è altro, è un'onda lunga costituente, è un territorio che si ribella e che nello scontro si trasforma in comunità in lotta. Le linee della gerarchia del capitale si rompono: ragionare contemplando l'alveo dei pronomi personali conduce sulla strada sbagliata, sopravvive solo il 'noi', espressione della potenza di una collettività radicata, composita e differente. Abbiamo imparato a montare una tenda e a lanciare una pietra, a fare il vin brulè e a costruire una barricata, a partecipare ad un'assemblea quindi ad ascoltare dire decidere organizzare fare. La nostra Università abita in Val Susa.
Dal 29 agosto al 1 settembre, a Chiomonte, dentro l'estate No Tav, vogliamo azzardare un esperimento, con un'idea di campeggio ambiziosa perchè eccedente ogni forma di classificazione, laddove nella sostanza saltano quelle categorie che spesso si rivelano recinti. Sarà il campeggio di chi lo attraverserà e vivrà, quindi di quelle soggettività individuali e collettive che lo faranno proprio; in fondo è questa l'essenza dell'essere No Tav, a Chiomonte come a Quarto Oggiaro o Mirafiori, a Marinella come a Bagheria. Nel cuore della crisi non ci servono freni, ma solo accelleratori di processi costituenti che non possono darsi al di fuori delle lotte, dei conflitti. Ragione per la quale crediamo che la Val Susa, la cornice del campeggio contro il fortino militarizzato della cricca del Tav, ci fornisca un'occasione potente e particolare da raccogliere 'per attrezzarci per il futuro'. Il metodo nel quale crediamo è quello del conflitto e della sperimentazione, ce lo impone il battito della crisi: il nostro antagonismo non si può accontentare dei meccanismi della ripetizione e della ritualità, non si può compiacere del conquistato ma deve giocarsi in mezzo alle faglie della crisi, per afferrare quella crisi di civiltà come opportunità di lotta, ricomposizione, conflitto, trasformazione, alternativa. È una scommessa, che vale la pena azzardare. Gli spazi costituenti non sono affare di alleanze di convenienza o cartelli di sopravvivenza, debbono essere ricercati e sperimentati, dentro un mare di collettività anche differenti ma armate di intelligenze che piegano l'ibrido in contagio, sociale e politico. Anche qui, la comunità No Tav insegna, altrimenti più di vent'anni dopo non saremmo ancora qua.
La nostrana crisi del debito sovrano non ha condotto lungo la nostra strada né Occupy né indignati, tantomeno le primavere della crisi si sono fatte notare nella differenza del conflitto, e della rottura costituente. L'anomalia che si è rafforzata è stata quella di una Valle ribelle, nell'eccezzione di un movimento popolare invalidante ogni costruzione geometrica della mobilitazione pubblicitaria. Ripartire dalla Val Susa può rappresentare quindi l'occasione attraverso la quale rimettersi in gioco, collettivamente, non solamente per vincere la battaglia contro il Tav ma anche per tornare più forti, consapevoli e pronti sui propri territori, in università come nelle metropoli, per battere la crisi e osare un cambiamento necessario, possibile, urgente. In Val Susa, 'ci attrezziamo per il futuro'.
Collettivo Universitario Autonomo – Torino
A breve pubblicheremo sui siti del movimento No Tav il programma della quattro giorni No Tav del 29-30-31 agosto e del 1 settembre. Per info e approfondimenti: www.cuatorino.org, cuatorino@gmail.com.
Alleghiamo uno degli articoli della rivista 'Rise up!', che sarà possibile trovare al campeggio 'Val Susa, l'università delle lotte'. È un contributo che abbiamo scritto ragionando sull'anno No Tav che abbiamo oramai alle spalle, immaginandolo come primo materiale di discussione collettiva nel solco della crisi.
Val Susa chiama Italia, studenti e saperi in prima linea
Il movimento No Tav è un corpo collettivo in continua trasformazione, capace spesso di intercettare le esigenze di ricomposizione che si muovono per il paese contro crisi e austerity, politicanti e banchieri. E' riuscito in più fasi a farsi collettore di quasi tutto ciò che in Italia si oppone alle politiche di fuori uscita dalla crisi dall'alto, dando vita ad un allargamento della lotta, ad uno spostamento dei confini valsusini sul territorio nazionale: ormai non sono solo più gli abitanti della valle ad essere No Tav, ma fette importanti di popolazione di tutta l'Italia; composizioni che iniziano a confrontarsi con le lotte, che si riconoscono ed attestano stima, solidarietà, che partecipano. In particolare abbiamo visto una consistente fascia di quel mondo di militanti, attivisti e simpatizzanti soggettivatosi e sedimentatosi durante il ciclo di lotte in opposizione alla riforma Gelmini inserirsi quasi naturalmente nelle forme e nelle esperienze del movimento No Tav.
Molti hanno iniziato durante l'estate scorsa, partecipando alle fasi di lotta e scontro, venendo dalle varie parti d'Italia, e poi al ritorno riproducendo (con un meccanismo ancora da oliare) nei momenti di massimo conflitto in valle pratiche ed istanze non solo di solidarietà, ma di lotta partecipe e intelligente. Sicuramente la testimonianza di un consenso sempre crescente nonostante le campagne di terrorismo mediatico dei giornali e delle tv mainstream è chiara ed evidente. In questo ha influito senza dubbio la grande argomentazione rispetto alla stupidità di spendere 40 miliardi di euro per un'opera totalmente inutile, soprattutto in un momento di crisi, ma ci viene da dire ancora di più: il movimento cresce di consenso ogni qual volta intercetta e si fa megafono di istanze di conflitto, di irriducibilità politica al teatro del Palazzo, di inconsistenza della mediazione tra esigenze di classi diverse (specie contro il paradigma che Marchionne e Fornero hanno assunto tanto bene del 'There is not alternative'), quando si fa anche laboratorio politico e territoriale dell'alternativa al modello di sviluppo esistente attraverso l'accenno di istituzioni e forme di comunità autonome, nate, cresciute, trasformate nella e per la lotta.
Molti sono gli studenti che in questa ultima fase delle mobilitazioni si sono avvicinati al movimento No Tav, spinti dal proprio protagonismo e capaci di esprimere una radicalità misurata alle necessità delle fasi di lotta. In questo senso diventa interessante vedere come la nascita del Komitato Giovani No Tav (Kgn) sia uno degli aspetti particolarmente importanti dell'ultimo anno. Ma anche a Torino e nel resto d'Italia l'opposizione al treno ad alta velocità si è fatta spazio fertile nel mondo di tutta quella composizione giovanile, precaria, studentesca, sensibile alla questione della crisi. Il No Tav ha in qualche modo assunto la caratteristica di un 'brand delle lotte', di un simbolo dietro cui si polarizzano le istanze che rifiutano l'esistente o anche solo quelle che in maniera idealistica e d'opinione si pongono a critica variamente su livelli più o meno profondi del sistema attuale.
Certamente questo è un risultato significativo, per quanto ambivalente: il concentramento dell'attenzione sulla lotta che si conduce in Val Susa a volte fa perdere la bussola della direzione e dell'obiettivo che questa stessa esprime; prende a volte la forma di un palliativo ideologico per le difficoltà che si esprimono sul territorio dei saperi dopo la sconfitta del movimento No Gelmini. Il rischio è che da 'brand delle lotte' l'immaginario potente e significativo del No Tav sia ridotto in qualche forma alla stregua di una spensierata maglietta alla Marcos, o Che Guevara. Pensiamo che invece la chiave e la ricchezza di avere una lotta del genere sui nostri territori sia proprio quella del metodo che esprime, e crediamo che la riproducibilità - con significativa attenzione alle differenze del caso nei campi del sapere, del lavoro, dell'ambiente - sia il modo migliore per aiutare questo movimento a vincere la propria battaglia. Il portato No Tav ci deve spingere a mettere in cantiere proposte di organizzazione e contropotere, inserendoci nelle fratture e nelle contraddizioni che il capitalismo in crisi ci concede. Ciò non significa che il modello valsusino esportato e riprodotto acriticamente su un terreno come quello della formazione possa portare a risultati significativi, tuttavia può indicarci un paio di spunti su cui costruire delle ipotesi di lavoro.
Per capire a pieno cosa significa il movimento No Tav e come mai la sua lotta ventennale non cede il passo, ma si radica, si rende più conflittuale ad ogni fase che passa, bisogna innanzitutto scavare sotto il velo ideologico con cui spesso si guarda a quest'esperienza, utilizzando lenti differenti. La lotta No Tav ha avuto il merito infatti di insegnare come demolire alcune ideologie deleterie che scadevano in forme di ghettizzazione fine a se stessa, come di riuscire a mettere in atto energie ricompositive prima sul territorio valsusino (si ricordi la famosa nonnetta orgogliosa che afferma 'siamo tutti black block') e poi sempre di più sul territorio italiano. Pezzi di società estremamente diversi ed eterogenei che a partire dal rifiuto comune alla grande opera si sono uniti, sono cresciuti insieme e hanno iniziato a esprimere in maniera potente e versatile comportamenti, pratiche e contenuti altamente antagonisti. Insieme a ciò dentro la valle è via via nato un senso di comunità alternativo a quello tradizionale, capace di minacciare quell'individualismo esasperato da periferia metropolitana (specie in bassa valle), dando a molti un motivo per vivere e domandarsi come quella valle potesse divenire un territorio con un modello di sviluppo come minimo più umano e non di mercato e impresa. Ed in questo senso sono molte le iniziative che si creano in seno alla lotta, dalle serate di socialità, alle feste popolari (vero e proprio sostitutivo di momenti che non rappresentano più realmente l'anima della comunità valsusina), e mille esperienze di mutuo soccorso più o meno evidenti, più o meno organiche. Per non parlare poi di veri e propri esperimenti di autogestione collettiva e composita del territorio come è stata ad esempio la Libera Repubblica della Maddalena.
Un altro aspetto fondamentale è quello dei saperi dentro la lotta No Tav: il movimento è stato in grado da sempre di costruire un controsapere spesso egemonico o comunque difficile da controbattere rispetto a quello mainstream, in grado spesso di demolire le argomentazioni della controparte e di imporre le sue come territorio di battaglia sempre vincente. Un controsapere inizialmente tecnico e specifico che poi però è stato capace di assumere forme di diffusione e di riflessione ben più ampie e travalicanti la tecnicità, quasi a diventare controcultura con una letteratura propria, con musica, arte, ingegnerie, forme di storiografia scritta ed orale, e chi più ne ha più ne metta.
Crediamo che alcune di queste note di metodo siano applicabili (ovviamente riformulate) rispetto a un mondo ben diverso come quello della formazione, in questo ci da un aiuto l'esperienza della Verdi 15 Occupata, che su un territorio che fino a questo momento avevamo inteso come fortemente riformista quale quello del diritto allo studio è riuscita invece a farsi (in piccolo) incompatibilità sistematica, comunità in lotta, ribaltamento stesso e riappropriazione del concetto di 'diritto allo studio' e meccanismo ricompositivo di soggetti dei più diversi e disparati. Ovviamente non può reggere il paragone dell'esperienza della Verdi con la lotta No Tav, ma sicuramente è un esperimento che per molti caratteri assume quelle peculiarità di distruzione dell'ideologia dominante (anche di quelle minoritarie e ghettizzanti), del contropotere reale, e della riappropriazione diretta di territori, spazi, tempi e della piacevolezza di un vivere collettivo.
In sostanza essere studenti, essere giovani dentro il movimento No Tav per noi vuol dire non solo portarne la bandiera e partecipare alle iniziative, ma proporre il metodo che questo movimento ci insegna in ogni contesto, universitario e non, metropolitano e valligiano, dove le contraddizioni del sistema vigente dominano. L'abbiamo spesso detto: il movimento No Tav può vincere solo se mille Val Susa nasceranno in tutt'Italia, sui terreni materiali quanto su quelli dell'immateriale e dei saperi, e l'Italia che si muove, che lotta, che vuole il cambiamento può vincere solo se la Val Susa vince.
A sarà düra, rimbocchiamoci le maniche!
L'anomalia Val Susa al tempo del 'governo tecnico'. Dagli arresti contro il movimento No Tav alla distruzione dell'articolo 18.
Il diritto calpestato dai diktat economici e finanziari? La negazione politica dell'opposizione sociale attraverso la sopraffazione mediatica? Democrazia e diritti, media e opposizione.
Ne discutiamo con:
- Claudio Cancelli, Docente del Politecnico di Torino
- Ugo Mattei, Docente all'Università di Torino
- Giorgio Cremaschi, Presidente Fiom, Comitato No Debito
- Alessandra Algostino, Docente all'Università di Torino
Martedì 24 aprile - ore 17:30 - Palazzo Nuovo, via Sant'Ottavio 20
Organizza il Collettivo Universitario Autonomo
Come studenti e borsisti universitari, noi della residenza Verdi 15 Occupata ci siamo trovati a guardare da subito alla lotta No Tav, un pò perché alcuni di noi vi avevano negli anni preso parte, come Jacopo, arrestato per aver partecipato alla resistenza popolare nei mesi estivi e che aspettiamo ancora venga liberato dagli arresti domiciliari in cui è segregato, un pò perché ci apparivano evidenti alcuni legami tra le nostre lotte. Per questo abbiamo deciso di incontrare il movimento No Tav, di confrontarci con loro e di imparare quello che la loro esperienza può insegnarci.
Le ragioni delle nostre battaglie sono legate a doppio filo, innanzi tutto da un nesso causale poiché solo la lotta contro il Tav può garantire le risorse necessarie per il diritto allo Studio, così come per la garanzia di altri servizi ed altri istituti di welfare come la sanità, i trasporti locali e la messa in sicurezza delle scuole e del territorio.
Come è stato dimostrato negli anni dai No Tav la Torino-Lione è un'opera inutile la cui costruzione ha come unici scopi da un lato quello di trasferire risorse pubbliche nelle casse delle ditte appaltatrici, spesso legate alla 'ndrangheta, o comunque parte di quella 'mafia del nord' fatta di appalti truccati in cambio di voti, dall'altro quello di creare un consenso attorno a quei partiti che non avendo idee per un cambiamento reale ed in favore dei cittadini, si riempiono la bocca di parole decontestualizzate e traviate come la citatissima parola 'progresso'.
Confrontandoci con i No Tav abbiamo scoperto che ogni 2 centimetri di Tav equivalgono ad una borsa di studio e che tutte le borse di studio tagliate sarebbero state garantite con i soldi spesi per i poliziotti mandati in Val Susa per militarizzare il territorio.
Un'altra cosa che ci fa sentire vicini al movimento No Tav è l'esserci confrontati come loro con il nuovo governo, che purtroppo sia noi che loro abbiamo scoperto essere in continuità con il precedente. Cosi come sulla Riforma Gelmini, quindi sulla distruzione dell'università pubblica e sulla privatizzazione del diritto allo studio, non è stato fatto nessun passo indietro dal nuovo governo, che al contrario ha espresso apprezzamenti per la riforma, anche sul Tav il 'governo dei professori' non solo non ha fatto marcia indietro ma non si è fermato a riflettere ed ascoltare le ragioni che oltre ad essere sostenute dal movimento popolare sono messe nero su bianco da decine di docenti universitari.
Da ultimo ci accomuna l'aver sperimentato seppur su scale diverse il modello di rapporto cittadino-potere politico che impone questo governo. Un rapporto fatto di imposizione delle decisioni calate dall'alto e della violenza poliziesca per reprimere le resistenze che si creano contro queste imposizioni.
Noi l'abbiamo visto all'inaugurazione dell'anno accademico quando i ministri presenti non ci hanno permesso di esprimere il nostro disagio rispetto alla situazione in cui versano l'università ed il diritto allo studio e di chiedergliene conto, l'hanno fatto militarizzando Piazza Bodoni con i blindati messi per traverso nelle vie circostanti ed i check-point in cui far passare i soli residenti.
Le cariche della polizia ed i manganelli in testa agli studenti sono state la risposta quando avevamo trovato delle falle dalle quali far passare con determinazione, al di là del dispositivo militare dispiegato, la nostra rabbia difficile da arginare.
I valsusini ed i No Tav accorsi in Val Susa hanno visto il modo di operare del nuovo governo con l'allargamento delle reti del non-cantiere: 2000 poliziotti mandati da tutta Italia per imporre la militarizzazione, un attivista buttato giù da un traliccio sul quale faceva resistenza passiva e poi la notte di violenze documentate sul web che la polizia ha messo in atto in risposta all'intelligenza del movimento che aveva saputo dare una dimensione popolare al conflitto, allontanandolo dai boschi presidiati dai militari per riportarlo nei paesi della bassa valle, tra la gente e le case, decidendo di bloccare l'autostrada per impedire gli spostamenti delle truppe d'occupazione.
Infine ci accomuna l'essere delle resistenze ad un modello di sviluppo sbagliato, che fa gli interessi degli speculatori e non della gente. Nel nostro resistere iniziamo a pensare ed a praticare un alternativa, ci sentiamo di essere perciò delle resistenze costituenti di quello che vogliamo essere il nostro futuro, per il quale siamo disposti a lottare.
Per questi motivi la settimana scorsa siamo stati in Val Susa: alla grande manifestazione popolare con 80mila persone in piazza, ai blocchi autostradali ed alle altre azioni di lotta messe in atto, per questi motivi abbiamo portato la lotta No Tav a Torino la scorsa settimana bloccando la stazione di Porta Nuova e sempre per questi motivi continueremo a portare avanti la lotta No Tav a Torino, a salire in Val Susa, a contribuire a fare quanto sarà necessario per vincere questa battaglia.
Verdi 15 Occupata